Unaapi, uno sguardo a volo d’ape sull’apicoltura professionale

api-volo-sciame-by-matteo-giusti-agronotizie-jpg.jpgApi in volo
Fonte foto: Matteo Giusti – Agronotizie

Abbiamo intervistato Giuseppe Cefalo, presidente dell’Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, per fare una panoramica sul mondo apistico italiano e sui temi caldi, dai neonicotinoidi, alla Carta di San Michele all’Adige, passando per il miele cinese

L’apicoltura italiana, come quella di molti altri paesi industrializzati, sta vivendo¬†tempi¬†difficili, alle prese con nuove e vecchie malattie e parassiti sempre pi√Ļ aggressivi, inquinamento, cambiamenti climatici, oltre alle normali problematiche comuni a tutto il mondo agricolo, come il peso della burocrazia o la concorrenza estera, a volte sleale.

Per fare una panoramica di tutto questo, abbiamo intervistato¬†Giuseppe¬†Cefalo, nuovo e giovane¬†presidente¬†di¬†Unaapi, l’Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, una delle maggiori realt√† associative del settore, che comprende quattordici associazioni regionali, l’Aapi, l’Associazione apicoltori professionisti italiani alla quale aderisce la gran parte degli apicoltori professioni e il Copait, l’Associazione per la produzione e valorizzazione della pappa reale fresca italiana.

Giuseppe Cefalo, entrando subito nel vivo, quali sono oggi le maggiori problematiche dell’apicoltura professionale in Italia?
“L’apicoltura italiana ed europea devono confrontarsi con una serie di problematiche che stanno penalizzando enormemente le produzioni e che rappresentano al tempo stesso una seria minaccia per il benessere delle api. Consideriamo innanzitutto l’estremizzazione climatica¬†che compromette sempre pi√Ļ frequentemente i raccolti rovinando le fioriture o impedendo secrezioni nettarifere interessanti, e che non permette uno sviluppo ottimale delle colonie di api. Poi va segnalata la decennale difficolt√† di fare apicoltura nei territori in cui sono presenti colture agricole intensive (uva, nocciolo, frutta, ortaggi, cereali) con conseguente elevato impatto di¬†agrofarmaci.

Altre problematiche generali, ma non meno rilevanti, sono la¬†perdita¬†disuperfici¬†e¬†colture¬†agricole¬†di¬†interesse apistico¬†(come girasole, sulla, foraggere nettarifere), l’avvento di nuovi nemici delle api di origine esotica quali¬†Aethina tumida¬†e¬†Vespa velutina, nuove fitopatologie di piante mellifere come il¬†cinipide¬†del castagno, la¬†psilla dell’eucalipto¬†che hanno limitato se non azzerato le produzioni di miele realizzabili su tali piante”.

Di che numeri stiamo parlando in termini di aziende e alveari gestiti?
“L’anagrafe apistica nazionale, finalmente a regime, fotografa inconfutabilmente un settore che globalmente conta un¬†patrimonio¬†apisticodi circa¬†1.250.000 alveari¬†detenuti da circa¬†55mila apicoltori. Di questi circa¬†19mila hanno partita Iva¬†e quindi esercitano l’attivit√† apistica per finalit√† commerciali e la restante parte sono amatoriali in autoconsumo. Va segnalato che sul totale di alveari, gran parte – ben 880mila – √® detenuto e curato dai 19mila¬†allevatori con partita Iva, e fra questi circa 1.500/1.600 apicoltori – pi√Ļ specializzati e professionali – detengono circa 550mila alveari, ovvero quasi la met√† del patrimonio apistico italiano”.

Quale è oggi il mercato dei prodotti apistici in Italia? 
“Nel 2017¬†Nielsen ha rilevato la¬†vendita¬†di¬†15.700 tonnellate di miele¬†in Italia (totale Food category: Iper-Super-Grocery-Discount) per un¬†fatturato¬†di¬†146,8 milioni¬†di euro. A questo dato va aggiunto il canale dello specializzato che comprende, per intenderci, negozi bio, farmacie ed erboristerie e la vendita diretta dell’apicoltore.
Il totale stimato del mercato del miele in Italia è quindi di circa 22mila tonnellate totali.
Il¬†consumo¬†pro capite italiano¬†stimato dal iCrt per produzione e mercato del miele √® di¬†0,513 kg/anno¬†nel 2017, e comprende sia il consumo diretto che l’utilizzo per fini industriali. Il dato √® in aumento rispetto al 2016 (4,9%), anche se siamo ancora ben lontani dai consumi di altri paesi europei come Germania e Grecia.

Oltre al miele, √®¬†in crescita il consumo¬†della¬†pappa¬†reale¬†e del¬†polline¬†nazionale¬†che da qualche anno vengono venduti anche nella Gdo. Per entrambi i prodotti, il canale maggiormente utilizzato per la vendita √® quello specializzato, in particolare la vendita diretta in azienda”.

Ci si può ritenere soddisfatti?
“Il settore ha mostrato grande versatilit√†, capacit√† e spirito di iniziativa e resistenza ma si pu√≤ e¬†si deve fare di pi√Ļ. E’¬†necessario impegnarsi ¬†su diversi fronti per garantire¬†opportunit√† di¬†sopravvivenza¬†di¬†api¬†e¬†apicoltori, per la difesa dei prerequisiti di qualit√† dei prodotti apistici destinati al mercato, per la valorizzazione e promozione dei prodotti apistici diversi dal miele che hanno potenzialit√† e margini di crescita, ma che stentano a decollare…”.
Giuseppe Cefalo, presidente Unaapi
Giuseppe Cefalo, presidente¬†Unaapi, con il logo dell’associazione

E’ di queste settimane la sua lettera al ministro Centinaio per chiedere restrizioni sull’importazione del cosiddetto ‘pseudo-miele’ cinese. Ma cosa davvero spaventa del miele proveniente dalla Cina?
“Che¬†gran¬†parte¬†di quello cinese¬†non √® miele!¬†La¬†norma cinese¬†di riferimento per la produzione di miele √®, infatti, tutt’altro che equivalente a quella europea!¬†Non risponde¬†alle basilari¬†normative¬†internazionali¬†ed¬†europee¬†che ne dettano le qualit√† irrinunciabili, che sono di riferimento obbligatorio negli scambi commerciali internazionali.

Il miele è un alimento eccezionale derivante dalla secrezione di piante alle quali le api aggiungono sostanza durante le fasi del trasporto, deumidificazione e stoccaggio. Si tratta di enzimi e vitamine che lo rendono un alimento vivo e unico. A questo alimento, frutto di questa straordinaria combinazione di fattori, secondo il Codex Alimentarius, la direttiva europea e la legge italiana non può essere aggiunto né sottratto niente, altrimenti il prodotto non può definirsi miele.

Il¬†prodotto cinese¬†viene¬†spesso¬†ritirato dagli alveari immaturo e non trasformato, con un quantitativo di acqua elevato, e¬†deumidificato in laboratorio¬†senza che le api possano compiere la loro lavorazione e maturazione che lo rende miele. A ci√≤ si aggiungono processi¬†di¬†adulterazionebasati su processi di¬†microfiltrazione¬†con resine,¬†che lo privano dei pollini caratteristici. Seguono poi miscelazioni e tagli con miele europeo, per cercare di mascherare le caratteristiche di semplice prodotto zuccherino ben diverso da un buono e sano miele. Le¬†frodi¬†sono¬†numerose¬†e articolate e rischiano di mettere in ginocchio un mercato del prodotto nazionale e comunitario faticosamente costruito ¬† anche grazie all’obbligo per le ‘miscele di mieli’ in particolare, dell’indicazione in etichetta dei paesi d’origine. Non possiamo pi√Ļ tollerare silenziosamente tali frodi e l’abbiamo documentato allegando alla missiva al ministro la normativa cinese con tutte le sue strane dimenticanze”.

Ma quale è il mercato del miele cinese in Italia oggi? 
“Nel 2017 l’Italia ha¬†importato¬†circa¬†4mila tonnellate¬†di miele¬†dalla¬†Cina, con un valore del miele all’importazione diretta mediamente poco sopra all’euro. L’importazione dalla Cina copre grosso modo in Europa e in Italia¬†circa un quarto¬†del¬†fabbisogno¬†del¬†mercato.
In parte questo prodotto √® utilizzato dall’industria dolciaria¬†mentre il resto viene veicolato – dichiaratamente o meno – prevalentemente nei¬†discount¬†per l’offerta di ‘primo prezzo’ e in modo da non evidenziarne il paese d’origine. Ladizione¬†commerciale, infatti, di ‘miscela di mieli d’origine europea ed extraeuropea‘¬†si limita a informare il consumatore che il miele proviene dalla Terra e non dalla Luna o altri pianeti”
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Unaapi √® stata da sempre in prima linea per la sensibilizzazione, per non dire la lotta, contro l’uso dei fitofarmaci, in particolare dei neonicotinoidi. Il bando Ue su imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam quindi √® una vittoria o le preoccupazioni restano?
“L’Unaapi¬†√® stata, nel panorama europeo delle associazioni apistiche,¬†capofilain questa lunga, impegnativa ed estenuante battaglia per portare alla ribalta una realt√† di campo e scientifica incontestabile, che non poteva che comportare la messa al bando dei tre¬†neonicotinoidi. Consideriamo questorisultato¬†un¬†grande¬†successo,¬†arriva dopo un faticoso e difficile percorso iniziato nei primi anni del 2000 che alla fine ha portato al bando di questi insetticidi, fra i pi√Ļ utilizzati al mondo, non per le conseguenze sulla salute dell’uomo, ma specificatamente per il danno alla salute di pronubi e ambiente. E’ la prima volta che un provvedimento precauzionale di tale portata viene deciso con questa importante e nuova priorit√†.

Non¬†possiamo tuttavia essere¬†ancora¬†soddisfatti, perch√© sono ancora molto¬†deboli¬†i¬†segnali¬†di una¬†svolta¬†di indirizzo delle¬†politiche¬†agricole¬†verso metodi di produzione meno impattanti dal punto di vista chimico e maggiormente eco-sostenibili. Una delle maggiori problematiche emerse negli ultimi mesi, √® la massiccia contaminazione ambientale delle acque superficiali da¬†glifosate, sostanza di cui l’Ue non ha avuto il coraggio di bandirne l’uso. Una sostanza che, come dimostrano numerosi studi scientifici, causa danni diretti ed indiretti su flora e fauna e quindi anche sulle api, ma che √® ampiamente sospettata di avere dirette e terribili implicazioni anche sulla salute dell’uomo”.

Ma c’√® un margine per riallacciare un rapporto costruttivo e reciprocamente vantaggioso tra apicoltori e agricoltori, anche convenzionali?
“Noi¬†apicoltori¬†siamo¬†parte¬†indispensabile¬†e organica del¬†mondo agricolo.¬†Personalmente, ritengo che i diversi comparti agricoli debbano e possano¬†comunicare¬†di pi√Ļ¬†e percorrere strade condivise che portano ad un generale vantaggio per tutti i settori. In tale direzione va la storica firma perfezionata a novembre 2017 dell’intesa per la salvaguardia degli insetti impollinatori, coordinata dal Mipaaf e fortemente promossa dall’Unaapi, che ha visto tra l’altro l’adesione di quasi tutte le rappresentanze agricole, dei contoterzisti, delle associazioni delle aziende sementiere e di altri importanti attori coinvolti direttamente o indirettamente nella produzione agricola. Un primo passo verso la piena consapevolezza che non si pu√≤ pi√Ļ derogare da modelli di produzione agricola che mettano in campo pratiche e tecniche agricole rispettose degli insetti impollinatori.

A volte il semplice flusso di informazioni tra apicoltore ed agricoltore permette di salvare migliaia di famiglie d’api che verrebbero altrimenti uccise dall’uso e abuso di trattamenti chimici. In molti casi e regioni, glistrumenti normativi di salvaguardia ci sono, ma vengono¬†spessoignorati,¬†semplicemente¬†perch√©¬†non¬†conosciuti¬†o¬†colpevolmente¬†aggirati; basti pensare ai divieti di trattamenti in fioritura e pre fioritura presenti da tempo nelle leggi regionali sull’apicoltura, che di fatto sarebbero, se rispettati, un primo ed elementare valido strumento per limitare pratiche agricole pericolose per le api”.

Un’altra questione di attualit√† √® stata la presa di distanza dalla Carta di San Michele all’Adige, con cui esponenti del mondo della ricerca stanno tracciando delle linee guida per la tutela delle sottospecie di api mellifiche italiane. Ma √® indubbio che ci sia una sorta di ‘inquinamento genetico’ che sta portando a perdere caratteristiche peculiari di alcune di queste sottospecie. Qual √® la proposta di Unaapi?
Intanto va precisato che la¬†presa di distanza dalla Carta¬†delle associazioni apistiche nazionali, di cui Unaapi √® sicuramente quella pi√Ļ rappresentativa, √® stata dettata da¬†questioni¬†sia¬†metodologiche¬†che di¬†sostanza. Essa √® stata¬†redatta¬†da una¬†parte¬†del¬†mondo¬†scientifico,¬†senza¬†alcun¬†coinvolgimento dei produttori apistici¬†e delle loro rappresentanze, ai quali √® stata negata la possibilit√† di partecipare alla stesura e proporre correttivi. Che piaccia o no, contrariamente a quanto si sostiene nel documento, negli ultimi decenni l’ape mellifera ha perso pressoch√© completamente lo status di animale selvatico e la sua stessa esistenza √® strettamente legata alla conduzione apistica;qualunque¬†progetto¬†di¬†salvaguardia¬†che non passi attraverso la condivisione col mondo produttivo¬†rischia di restare¬†lettera¬†morta. Chiedere di sottoscrivere un documento chiuso √® metodologicamente scorretto, se si vuole la condivisione del mondo apistico.

Poi ci sono questioni di sostanza nella Carta, che non vengono considerate adeguatamente dal mondo scientifico che l’ha stesa. La tesi, secondo cui l’ecotipo locale √® quello pi√Ļ adatto a svolgere il suo compito nell’ambiente con cui si √® evoluto nel corso dei millenni, teoricamente ineccepibile, si arena contro i cambiamenti che l’ambiente stesso ha sub√¨to a causa di antropizzazione, agricoltura, ingresso di flora esotica, cambiamenti climatici, che si susseguono a una velocit√† non certo compatibile con i tempi di adattamento evolutivo.

Unaapi¬†√® oggi¬†promotore¬†di un¬†tavolo¬†tecnico¬†con la presenza di produttori apistici, allevatori di api regine, esperti di genetica, dal quale uscirannoproposte condivise e percorribili per la difesa delle sottospecie autoctone; di cui √® prioritario tracciare una mappatura sul territorio italiano. In buona sostanza si tratta di capire qual √® il punto di partenza per poi formulare ipotesi percorribili su cui lavorare nel tempo”.

Un documento contestato anche perch√© critico nei confronti di alcune pratiche apistiche considerate troppo intensive, come il nomadismo su lunga distanza e il commercio anche transnazionale di api regine. Ma, fatto salvo la sopravvivenza delle aziende, l’apicoltura professionale non √® pronta ad accogliere richieste di una minore intensivizzazione, non troppo diverse da quelle che l’apicoltura chiede agli agricoltori?
“Gli elementi di criticit√† individuati dalla Carta, ma ancor pi√Ļ l’ordine con cui vengono proposti, tracciano un¬†quadro fuorviante del fenomeno: sostenere, ad esempio, che ‘il depauperamento delle sottospecie di A. mellifera stia provocando ripercussioni negative (…) sul sistema di produzione degli alimenti’ √® l’esatto contrario della realt√†, cos√¨ come mettere all’ultimo posto cosiddetti ‘fattori di carattere ambientale di origine antropica’, primo fra tutti il massiccio uso di agrofarmaci che caratterizza proprio lo stesso sistema di produzione degli alimenti.

√ą del tutto evidente che¬†la Carta non considera adeguatamente, probabilmente perch√© volutamente ignorati o perch√© non conosciuti, glielementi strutturali dell’apicoltura italiana¬†ovvero¬†densit√†¬†e¬†distribuzionedegli¬†alveari¬†sul territorio nazionale, tecniche di allevamento e produzione consolidate,¬†flussi¬†degli¬†spostamenti¬†degli alveari su alcuni areali e fioriture, ecc.

Colpevolizzare la struttura produttiva¬†dell’apicoltura¬†italiana, ponendo l’accento solo sulla necessit√† di proteggere una sottospecie senza fornire proposte o ipotesi di lavoro,¬†banalizza¬†la¬†questione¬†indirizzandola su finalit√† di autoreferenzialit√†. Oggi la realt√† produttiva nazionale ed europea ci d√† una realt√† in cui produrre miele e tenere le api in salute √® diventato molto difficile; l’esigenza di sopravvivenza delle aziende apistiche italiane passa attraverso la differenziazione del rischio produttivo ed in tale ottica spostare alveari √® un’esigenza di sopravvivenza pi√Ļ che un modo di incrementare le produzioni. Si spostano le api per tenere vive le aziende, ma anche per fuggire da avvelenamenti e dalla perdita di superfici bottinabili dalle api. Le annate apistiche negative sono ormai seriali in alcune zone a dispetto di un prodotto nazionale molto richiesto perch√© sicuro, tracciato e con chiara indicazione dell’origine sull’etichetta.¬†Limitare le aziende significa farle morire¬†per carenza di reddito e questo non possiamo permetterlo”.

E cosa chiede Unaapi al mondo della ricerca?
“La¬†ricerca agronomica¬†e biologica¬†italiana¬†ha dato e continua a dare¬†enormicontributi¬†nel mondo scientifico europeo e mondiale all’accertamento delle conseguenze per gli equilibri ambientali delle pratiche produttive e di difesa sanitaria delle colture. Questo proprio¬†per la sua natura pubblica. Peccato che questo comporti, come nel caso del progetto Beenet (bloccato oramai da anni) strani – se non equivoci – ostacoli e blocchi nel rifinanziamento di quest’ottima attivit√† scientifica di monitoraggio e individuazione di cause e soluzioni.

Invece¬†in campo¬†meramente¬†apistico¬†(lotta a patologie e parassiti, genetica, selezione, metodologie produttive ecc…) in Italia si constata un¬†progressivo¬†degrado, anche¬†per¬†la continua¬†ristrutturazione/eliminazione¬†di¬†centri di ricerca,¬†per la¬†carenza¬†cronica di¬†fondi¬†e per, a volte, lo¬†scarso¬†legame¬†tra ricerca ed effettive esigenze del¬†mondo produttivo¬†apistico.

Gli¬†ambiti¬†su cui lavorare sono tanti e tutti urgenti:¬†monitoraggio¬†ambientale¬†attraverso l’utilizzo delle api,¬†migliorare¬†la¬†produzione¬†mellifera¬†di alcune¬†specie¬†botaniche¬†coltivate da tempo non pi√Ļ nettarifere, individuazione del collegamento tra comportamenti anomali delle api e¬†agrofarmaci,¬†miglioramento e selezione¬†di caratteri genetici quali resistenza alle malattie,¬†igienicit√† ecc…”.

 

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Fonte: Agronotizie

Autore: Matteo Giusti

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