Sugli incendi

Provo a capire per pensare il che fare

Il modo peggiore di iniziare il discorso è chiamarli “piromani”; anzi è il modo per chiudere il discorso prima di cominciarlo, è il modo per non capire il problema e metterlo a riposo dopo il 15 settembre. Il piromane è un individuo affetto da una patologia: la fascinazione per il fuoco e i suoi effetti. Mi dichiaro piromane e quindi niente carcere, anzi dovete curarmi. Di fronte al piromane o gli spari o allarghi le braccia e cambi discorso. Forse è per questo che media e politici li chiamano piromani e dopo il 15 settembre smettono di occuparsene, sino al maggio dell’anno dopo. Immaginiamoci pastori, allevatori di vacche, pecore, capre, quello che volete.La mattina presto apriamo la stalla e avviamo gli animali al pascolo. Dare fieno e mangimi tutto l’anno costa troppo e non fa neanche bene agli animali quindi fuori al pascolo che quasi sempre è pure gratis. Ma quale pascolo? I campi sono una distesa di seconde case ognuna con un pezzetto di terra recintato e spesso mal curato, oppure una distesa di coltivazioni; tutto arato o diserbato, restano liberi territori troppo scoscesi e talmente degradati che ci cresce solo il sommacco, la ddisa, l’asfodelo e poco altro. Tutte piante immangiabili. Anno dopo anno e per decenni il fuoco vi è transitato a distruggere tutto ciò che gli animali non mangiano e cosi, anno dopo anno, si è ridotta la biodiversità al lumicino e sono rimaste solo le poche piante resistenti al fuoco proprio quelle immangiabili. Ancora ancora i giovani steli, di pochi giorni, dell’amphelodesmos (la ddisa) sono buoni per le vacche, non tagliano la bocca, ma appena invecchiano solo gli asini riescono a strapparli senza sanguinare. E così la ddisa dilaga, con il sommacco, togliendo alle altre erbe spazio e luce per crescere. Eppure la ddisa è uno straordinario incubatore di bosco: alla sua ombra germogliano i semi dall’alaterno, della ginestra, delle conifere, delle querce, dei frassini. Alla sua ombra e nell’impercettibile umidità del terriccio dell’alaterno e della ginestra le giovani piantine superano la prima estate senza acqua.

Si, ma gli animali non possono aspettare che cresca il bosco, serve l’erba, serve subito, anzi prima.
Se brucio ad agosto, sul terreno liberato l’erba germoglierà con la prima pioggia di settembre senza
dovere aspettare ottobre o novembre quando i giovani steli riescono a bucare lo strato di secco.
Se lascio crescere ginestre e rovi, che gli animali mangiano con difficoltà, il terreno si
“ammacchia”, gli spazi liberi per l’erba si restringono sino a scomparire. Ogni due – tre anni devo
bruciare per contenere la macchia altrimenti il pascolo è insufficiente per il numero di animali che
allevo. Appunto, il numero. Chi decide quale può essere la pressione del pascolo su un territorio?
Qualcuno lo decide? Ricordo di un esperto che decenni fa spiegava che la pressione degli animali
nei boschi dei Nebrodi era 8 volte superiore alla capacità del bosco di rinnovarsi.
Ogni anno, a fine luglio, esauriti i pascoli ormai tutti secchi, cominciano i fuochi di “pulizia”. Ma è
proibito! Allora qualche esca e via, e il fuoco dove va va.
E poi ci sono le terre del demanio, tante terre, terre di tutti quindi di nessuno che ti controlli. Dagli
anni 50, tutto il demanio siciliano è stato rimboschito per almeno due volte, pini ed eucalipti
dovunque. Ne ho ancora memoria delle montagne coperte da giovani pinete. Poi cominciarono a
bruciare. Si fecero le fasce para fuoco ma i boschi bruciavano lo stesso. Arrivarono gli elicotteri che
impedivano l’espandersi dei roghi. Allora i roghi si moltiplicavano. Così a fine stagione il bilancio
del bruciato era lo stesso di quello prima dei frangi fuoco e degli elicotteri, ma spegnerlo era costato
molto di più. I canadair parvero la soluzione definitiva. Ma chi doveva bruciare trovò una risposta
facile facile: anziché accendere al mattino si aspetta il pomeriggio. I canadair partono da Pratica di
mare, mettono almeno un’ora ad arrivare e quando arrivano le ore di luce rimaste sono troppo poche
per spegnere l’incendio della montagna. Se ne riparla l’indomani alle 7. Durante la notte quello che
deve bruciare è bruciato, anzi un po’ di più, talvolta molto di più.
Gli eucalipti dovevano diventare carta in una cartiera mai entrata in funzione. 35.000 ettari di
eucalipteti. Peccato che le foglie di eucalipto contengano un diserbante che elimina ogni altra
pianta. Quindi niente pascoli.
Le pinete dovevano preparare il terreno per le leccete. Un terreno che gli aghi di pino acidificano al
punto che non cresce un filo d’erba, a parte le fragole, se c’è umido, e i lecci appunto. Credo che
solo nel bosco di Cammarata sia riuscita a crescere la lecceta di sostituzione. Tutte le altre pinete
non sono mai riuscite a invecchiare abbastanza. E comunque anche sotto le pinete niente pascolo.
Torniamo a pensarci pastori. Cos’è la pineta, l’eucalipteto, se non qualcosa che mi sottrae pascoli,
spazio vitale per i miei animali? Una pineta che brucia è un pascolo recuperato.
Con 50 anni di ritardo l’amministrazione regionale capì l’errore e smise di piantare eucalipti; ci mise
qualche altro anno a capire che non si dovevano piantare pini; finalmente cominciò a piantare lecci,
roverelle, frassini, magari comprandoli al nord quindi non selezionate per il nostro clima, ma i vivai
siciliani erano in disarmo, troppo costosi; e poi finirono i soldi anche per le piantine straniere. Da
anni non si prova più a ricostituire quanto distrutto.
Quindi il nodo è l’allevamento del bestiame? È parte del problema, ma c’è altro.
C’è Il nodo dei forestali, degli operai temporanei, a chiamata; decine di migliaia di persone che
lavorano tre – sei mesi l’anno e poi sopravvivono di assegno di disoccupazione e lavoro nero (che se
no ti levano la disoccupazione).
Il fuoco su monte Cuccio ha spesso aperto la stagione degli incendi che iniziano a fine maggio. Vale
più di dieci manifestazioni. Si vede bene dai palazzi della politica e ricorda che c’è da rinnovare i
contratti, da assumere le vedette, da cancellare ogni discorso di riduzione del personale. Di corsa si
trovano i soldi, si fanno le regole che non cambiano la sostanza e si vota. Approvato. A proposito
del problema rileggersi le cronache di maggio degli ultimi 20 anni farebbe molto bene ai
rappresentanti del popolo.
È di queste ore la notizia che il governo regionale presenterà la legge di sanatoria per le 700 – 2000
€ illegittimamente percepiti dal 2009 (sentenza Cassazione) da ciascuno dei 20000 forestali per un
decreto regionale elettorale di allora del governatore Lombardo. A parte il valore etico di una
sanatoria, quanti sono disposti a credere che non sia una legge “antincendio”? Quanti secondi
impiegheranno incendiari e non a collegare i due eventi con l’implicita constatazione che il ricatto
paga?
È intuitivo per tutti che se per spegnere un bosco devi chiamare dei precari o dei disoccupati allora,
per qualcuno di questi, accendere un bosco è il modo per trovare lavoro. Qualcuno però mi spiega
che non ci sono più precari tra i forestali. Dal 2 settembre 2020 questa affermazione è falsa: con
sentenza della Corte Costituzionale è annullata la stabilizzazione dei forestali precari perché non
assunti per concorso. Il solito effetto di una amministrazione arrogante e incompetente. Insomma
siamo al punto di prima.
Non ho mai capito bene la frammentazione del comparto e lo status delle varie figure, eppure, mi
pare lo scorso autunno, fu arrestata mezza famiglia di forestali intenti a preparare esche incendiarie
nei dintorni di Palermo.
Negli anni il sospetto che anche tra chi spegne va cercato chi brucia si è dimostrata una certezza.
Eppure una regione da sempre con il più alto numero di forestali e il più alto numero di incendi
avrebbe dovuto chiedersi da tempo che senso ha sprecare tanti soldi in personale inefficiente. E poi,
se vi è capitato di seguire gli interventi per gli incendi degli ultimi anni vi sarete accorti che la gran
parte del personale spesso è impegnato a difendere dal fuoco le case, le seconde case, piuttosto che
il bosco. A quello ci pensano gli elicotteri e gli aerei se e quando arrivano. Proteggere le case,
quelle costruite dovunque e poi sanate quasi dovunque, è la priorità sulla difesa di qualunque bosco,
riserva, parco. Anche questa scelta è parte del problema.
E i contadini no? È indubbio che la cultura del fuoco è ben radicata nel mondo contadino. Si
bruciano le restucce per “sterilizzare” il terreno e si crede di “distruggere” (sic!) i semi delle
infestanti, col fuoco si blocca l’espansione del canneto, del rovetto, si “puliscono” i fossi e i confini.
Ma è proibito! E allora un’esca e via e dove brucia brucia, compresa la vigna o l’oliveto del vicino,
gli ultimi alberi sopravvissuti sui confini, o il bosco lì accanto.
E poi ci sono i balordi, gente senz’arte e cultura se non quella mediatica: accendi e il tuo gesto va in
tv, anche se nessuno saprà mai il tuo nome. Ma intanto in migliaia, milioni sapranno di cosa sei
capace, per qualche minuto si interesseranno all’oscuro autore. Quando lo spirito di emulazione
nelle società dei branchi genera mostri!
Se queste cause e concause sono vere continuare ad affidarsi alle sole leggi del proibire e punire ciò
che non sei capace di controllare o hai scelto di non controllare è segno o di stupidità e ignoranza o
di collusione.
La legge che obbliga i comuni alla catastazione e perimetrazione delle aree percorse dal fuoco e al
blocco del pascolo e della caccia per cinque anni non è mai stata applicata. Una bella commissione
d’inchiesta per distribuire le colpe dovrebbe essere il minimo per una amministrazione non collusa.
Una amministrazione che appare rassegnata e fatalista, che trova sempre una giustificazione al non
fare, che rinuncia al controllo del territorio è una bella parte del problema.
La cultura del fuoco e la lotta all’ambiente naturale coinvolgono tanti soggetti diversi e con diverse
motivazioni. Le loro strategie di azione sono semplici e senza rischi; sorprenderli sul fatto è molto
difficile.
Come ci si difende da un nemico così efficiente senza finire alla militarizzazione del territorio o al
riaffidamento alla mafia del controllo del territorio?
Proviamo allora a pensare come moltiplicare gli occhi che osservano, corresponsabilizzare nella
protezione del territorio, puntare alla riconversione dei nemici in amici.
Ripensare il dogma della “pulizia” dei boschi e delle fasce frangi fuoco potrebbe liberare molta
forza lavoro. Di fronte alla volontà di bruciare, le fasce frangi fuoco sono inutili. Servono occhi,
tanti occhi, naturali e artificiali che vigilano giorno e notte. La forza lavoro liberata dall’impegno di
sopra può essere addestrata per questo. Sistemi di video sorveglianza e termo rilevamento possono
essere impiegati. Quanto è sostenibile ed efficiente il sistema proposto dalla CO2 di Carini?
Promuovere le ONG anti fuoco, associazioni volontarie territoriali che presidiando pezzetti di
territorio lo proteggono e svolgono educazione ambientale sul campo.
Piuttosto che pulire e piantare alberi, accompagnare la natura a ricostituire un ambiente naturale:
quanti sanno che dietro alcuni incendi può esserci la volontà di cancellare le prove di un mancato
raggiungimento degli obbiettivi di piantumazione fissati? Siamo proprio certi che pulire il terreno,
preparare le conche, mettere a dimora piantine non autoctone di due anni, delle quali almeno la
metà non supererà l’estate, sia più conveniente e efficiente che mettere tra la ddisa i semi di querce,
frassini, olmi e proteggere la macchia che protegge il bosco che emerge?
Sono convinto che il bosco, sebbene con due anni di ritardo, emergerebbe più forte e più vario e a
costi più bassi. Anche attorno Palermo ci sono esempi, risparmiati dal fuoco, che lo provano. Aree
boscate distrutte alcuni anni fa e non più percorse dal fuoco vedono riemergere il bosco di pini,
lecci, frassini, olmi.
In attesa che l’agroecologia diventi senso comune per tutti i contadini, è forse più saggio non
proibire in modo generale l’accensione dei fuochi nei campi durante l’estate ma consentirlo se
dichiarato il luogo, la data, l’estensione e il responsabile.
Ai pastori consentire l’allevamento per un numero di capi sopportabile dai pascoli disponibili. Non è
possibile continuare ad allevare qualunque numero di animali su uno stesso territorio E comunque
trovare una forma di premialità per i pastori che proteggono i pascoli dal fuoco valorizzando al
contempo la loro oggettiva azione di presidio del territorio. Ipotizzare la “coltivazione” del pascolo,
includendo il controllo delle piante emergenti non edibili per gli animali.
Ritengo che i proprietari di seconde case, comunque di case in campagna devono essere coinvolti
nella minimizzazione dei rischi, dovrebbe essere un obbligo la costituzione di fasce frangi fuoco per
singole o gruppi di abitazioni, pena la compartecipazione alle spese di protezione dall’incendio.
Quanto personale si libererebbe per occuparsi dell’incendio del bosco?
Si ma se parte lo scirocco non c’è fascia che tenga. È vero, lo scirocco forse va ormai considerato
alla stregua della calamità naturale che tutto giustifica.
Non sono un esperto del settore ma solo uno che da qualche decennio osserva e memorizza gli
eventi ambientali e cerca di capirne le cause.
Mi piacerebbe trovare altri disposti a ragionare sul che fare.

Palermo 7-9-2020

Giovanni Caronia
giovanni.caronia@libero.it

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